Un trekking consapevole nel Marguareis non è soltanto un percorso da affrontare a piedi. È un viaggio fatto di natura, fatica, respiro, relazioni, imprevisti e capacità di adattarsi a ciò che accade.
Per quattro giorni abbiamo camminato nel cuore delle Alpi Liguri e del Marguareis, partendo da Carnino Superiore e attraversando alcuni dei luoghi e dei rifugi più suggestivi di questo territorio.
Quattro giorni durante i quali il trekking si è intrecciato con lo yoga, lo Yoga della Risata, la condivisione e l’ascolto del corpo.
Per noi trekking consapevole significa proprio questo: non concentrarsi esclusivamente sulla meta, sui chilometri o sul dislivello, ma imparare a essere presenti a quello che succede lungo il cammino.
E in questi quattro giorni di cose ne sono successe parecchie.

Giorno 1 – Da Carnino Superiore al Rifugio Don Barbera: entrare nel ritmo della montagna
La nostra avventura è iniziata da Carnino Superiore.
Zaini in spalla e quattro giorni ancora tutti da vivere, abbiamo iniziato la salita verso il Rifugio Don Barbera.
Durante il percorso ci siamo concessi una pausa alla Chiesa di Sant’Erim, prima di riprendere il cammino.

Il primo giorno di un trekking di più giorni ha sempre qualcosa di particolare.

Bisogna prendere confidenza con lo zaino, trovare il proprio passo, conoscere il gruppo e iniziare ad ascoltare le sensazioni del corpo. Poco alla volta cambia anche la percezione del tempo.
La velocità della quotidianità lascia spazio a un ritmo molto più semplice: camminare, respirare, osservare, fermarsi e ripartire.
È forse questo uno dei primi significati del trekking consapevole: essere presenti al passo che stiamo facendo, invece di pensare continuamente a quanto manca per arrivare. Raggiungere il Rifugio Don Barbera ha segnato la conclusione della nostra prima giornata e l’inizio della vita in rifugio, fatta di recupero, condivisione e incontri. Ma soprattutto era il momento di recuperare le energie.
Perché ad aspettarci c’era la giornata più impegnativa del tour.
Nonostante questo alcuni hanno scelto di fare la vetta del Marguareis.
Giorno 2 – Dal Rifugio Don Barbera al Rifugio Garelli: il giorno della fatica
Il secondo giorno siamo partiti dal Rifugio Don Barbera per affrontare la tappa più lunga e impegnativa del nostro trekking.
Abbiamo attraversato la zona della Capanna Morgantini, percorso la Ciclovia del Duca, raggiunto il Passo del Duca e affrontato infine la risalita verso il Rifugio Garelli.

È stata la giornata che più di tutte ha messo alla prova la nostra forza e la nostra resistenza.
Quando si cammina per molte ore, prima o poi arriva il momento in cui le gambe sono stanche e la meta sembra ancora lontana. Ed è proprio allora che il percorso diventa anche mentale.Si torna alle cose essenziali.

Un passo. Un respiro. E poi un altro passo.
Ma la giornata più faticosa è stata anche quella che ci ha regalato alcuni dei panorami più spettacolari dell’intero trekking nel Marguareis. Quasi a ricordarci che, qualche volta, proprio i percorsi che richiedono maggiore impegno permettono di raggiungere i luoghi più belli.
Una volta arrivati al Rifugio Garelli avremmo avuto tutte le ragioni per dichiarare conclusa la giornata.

E invece il gruppo aveva ancora voglia di praticare. Nonostante il vento, abbiamo fatto yoga al rifugio.
È nato così il nostro personalissimo “yoga ventoso”: una pratica tutt’altro che perfetta e proprio per questo autentica. Respirare, muovere il corpo e ritrovarsi dopo tante ore di cammino, senza aspettare che le condizioni intorno a noi fossero ideali. Anche questo è adattamento.

Giorno 3 – Dal Rifugio Garelli al Rifugio Mondovì: quando arriva il temporale, si ride

Il terzo giorno abbiamo lasciato il Rifugio Garelli, dirigendoci verso il Lago Rataira e successivamente verso il Rifugio Mondovì.
Questa volta abbiamo avuto un tempismo praticamente perfetto.

Appena arrivati al rifugio è scoppiato un forte temporale. Noi, fortunatamente, eravamo già al coperto.
Quello che avrebbe potuto trasformarsi semplicemente in un pomeriggio di attesa è diventato invece uno dei momenti più divertenti del viaggio.
Sono comparsi i giochi di società e i giochi da tavolo e, per la prima volta durante il nostro trekking, abbiamo introdotto anche lo Yoga della Risata. Attraverso giochi ed esercizi abbiamo coinvolto il gruppo e iniziato a ridere insieme. Anche le papelle hanno fatto la loro parte!

È stata un’esperienza semplice, ma perfettamente in linea con il significato che vogliamo dare al trekking consapevole.
Non possiamo controllare tutto quello che accade, ma possiamo scegliere come viverlo. Non possiamo decidere quando arriverà un temporale e non possiamo eliminare tutti gli imprevisti. Possiamo però lavorare sul nostro modo di reagire.
E qualche volta un temporale che cambia completamente i programmi può diventare l’occasione per giocare, ridere e conoscersi ancora meglio. La serata è proseguita tra cena, chiacchiere, condivisioni e intuizioni con gli altri gruppi presenti al rifugio, in particolare con i ragazzi e gli insegnanti della Snow Academy di Prato Nevoso.
Un grazie al Rifugio Mondovì e alla Snow Academy per l’accoglienza e per essere diventati, anche solo per una sera, parte della nostra esperienza.
Giorno 4 – Il giorno del disagio

La pioggia non ha praticamente mai smesso di cadere per tutta la notte. Al mattino abbiamo aspettato e, verso le dieci, abbiamo preparato poncho, gusci e tutto quello che poteva servirci per proteggerci dalla pioggia. Poi abbiamo deciso di partire.
Dal Rifugio Mondovì ci siamo diretti verso il Passo delle Saline.
Alla fine siamo stati fortunati: durante il percorso abbiamo incontrato soltanto qualche momento di pioggerellina. Ma ormai avevamo trovato il nome della giornata:
IL GIORNO DEL DISAGIO.
Perché dopo quattro giorni la montagna aveva deciso di presentarci una serie di piccoli e grandi problemi da risolvere: poncho da aggiustare, vesciche ai piedi, ginocchia che iniziavano a farsi sentire, e poi mestruazioni arrivate in anticipo, con conseguente ricerca di Tampax e assorbenti in montagna a tutte le donne che ci capitava di incontrare.

Insomma, una sorta di corso accelerato di problem solving: nonostante tutto, è stato anche molto divertente.
Proprio da questi disagi è nata una delle riflessioni più importanti dell’intero viaggio: il disagio può essere il preludio dell’agio.
Tutto è difficile prima di diventare facile. Il disagio ci mette davanti a qualcosa che non avevamo previsto e ci chiede di reagire.
Possiamo rimanere concentrati sul problema oppure possiamo affrontarlo, cercare una soluzione e, quando è possibile, provare persino a trasformarlo in qualcosa su cui riuscire a ridere insieme.
Dal Passo delle Saline abbiamo quindi proseguito verso la Foresteria di Carnino, arrivando alla conclusione del nostro cammino.
Trekking consapevole significa anche attraversare il disagio
In questi quattro giorni lo yoga e lo Yoga della Risata non sono stati attività separate dal trekking. Sono diventati parte del viaggio. Lo yoga ci ha permesso di ritornare al corpo e al respiro dopo molte ore di cammino. Lo Yoga della Risata ci ha ricordato che possiamo coltivare leggerezza anche quando le circostanze non sono esattamente quelle che avevamo immaginato.
La montagna ha fatto il resto.
Ci ha messo davanti alla fatica, al vento, alla pioggia, agli imprevisti e ai nostri limiti ed d è proprio qui che il concetto di trekking consapevole assume per noi il suo significato più profondo. Non significa cercare un’esperienza perfetta.
Significa stare dentro l’esperienza che c’è.
Ascoltare il corpo.
Rispettare i propri tempi.
Accettare la fatica.
Chiedere aiuto quando serve.
Affrontare un problema.
Trovare una soluzione.
Respirare.
E magari riuscire anche a riderci sopra.
La fine del viaggio: lacrime, sca**i, risate e una pizza
Dopo quattro giorni di sentieri, rifugi, salite, discese, pioggia, vento, yoga e risate siamo tornati alla quotidianità.
Ma prima mancava un ultimo momento insieme. Una pizza a Imperia per salutarci. Ed è arrivato tutto quello che quattro giorni così intensi possono portare con sé.
Lacrime, qualche sca**o, risate, chiacchiere e abbracci. E alla fine… tutto molto bene. Forse proprio perché non è stato tutto perfetto. Perché un’esperienza autentica non deve necessariamente esserlo.
Alla fine di un trekking restano certamente le fotografie e i panorami. Ma spesso ciò che ricordiamo maggiormente sono le persone, le difficoltà che pensavamo di non riuscire a superare, le risate nei momenti più improbabili e ciò che abbiamo scoperto di noi stessi mentre camminavamo.
È questo che vogliamo portare nei nostri trekking consapevoli: un modo diverso di vivere la montagna, nel quale il percorso esteriore incontra quello interiore. Perché il sentiero prima o poi finisce.
Ma alcune esperienze continuano a camminarti dentro.
Cosa dice chi ha partecipato



Le accompagnatrici di questo trekking
Barbara Campanini Guida Gae
Leslye Pario Insegnante di Yoga e Yoga della Risata
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